Dei Gabriella Mostra (Marzo 2008) |
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.Gabriella Dei Da Poggio Capanne ad oggi Da un luogo a un tempo. Esposizione a Bivigliano nella “Rimessa” e nell’Albergo “La Bruna” (marzo 2008) Poggio Capanne: un luogo che rappresenta in realtà anche un tempo. Il percorso artistico è cominciato 10 anni fa da una profonda emozione avuta in occasione di una pièce teatrale estiva. Quel boschetto (da tanti anni lì, di fronte alla finestra di camera) ha condensato la pulsione di riprendere in mano i pennelli per ritrarlo. Da allora la ricerca è divenuta progressiva fino a rendere chiaro, con la pittura dello stesso soggetto, che il Poggio non era tanto un luogo determinato bensì un territorio dell’anima. Appena concluso un quadro, si rendeva necessaria una nuova rivisitazione poiché rimaneva sempre qualcosa di aperto, di non finito. Come se, per andare avanti, si dovesse trovare qualcosa di nuovo e di più vero. Così la coazione di nuove visite alimentava una ricerca che, lungi dal chiudersi, si allargava e si approfondiva. L’autrice ci ha confessato di non riuscire ad andarci dentro, a quel boschetto: una forma di sacralità pagana, la paura del disvelamento del sogno, il desiderio di ascoltare l’inconscio? Con una felice intuizione creativa (certo sorretta da un’indubbia abilità tecnica) il poggio proteiforme è generatore di una serena ricerca interiore. Poi, con l’esposizione al Giardino dei Ciliegi del 2005, l’oggetto Poggio Capanne d’un tratto si esaurisce («non posso più dipingerlo»). Ma ormai la pittura è stata introiettata come forma espressiva, trovando sponda in altri elementi naturali. L’onda delle emozioni spazia ora nel mare delle presenze ambientali intorno a Bivigliano: rotoli di covoni, campi, alberi, cespugli… La ricerca espressiva indaga la natura e i paesaggi divengono il motivo conduttore di un processo di comunicazione interiore privo di ansia, anche quando si esprime con grande passionalità. Non ci sono figure umane (si è soli quando si cerca dentro noi stessi). La naturalità della pittura è l’unica forma di linguaggio, tanto unica che arrivano anche supporti naturali (legni vecchi anziché tele) come ad ispessire, e in qualche modo impreziosire, la ricerca. Va detto che le sue creazioni suggeriscono commenti entusiastici: «la natura si fa specchio d’emozioni soffuse, di eventi interiori indicibili…», «trepidazione di visioni…creatività poetica», «non sapevo quanta luce del tuo animo riuscisse ad esprimersi attraverso la pittura», «pianeta magnifico e primigenio senza presenze umane, ferrigno e potente». Infine anche la natura, come il Poggio, si esaurisce. Tutto per un po’ si ferma e i pennelli riposano, quasi abbandonati. Ma Gabriella non è bloccata, è solo in attesa di altre cose, di altri stimoli. Improvvisamente arriva, pochi mesi fa, l’incontro con la foto di Renato Simoni raffigurante l’occhio della Chiesa di Santo Spirito, che per lei diventa un Polifemo di nuove emozioni. I pennelli ritornano in attività, all’inizio con ritmo addirittura febbrile. La pittura è senz’altro più definita, più sicura. Il soggetto è molto concentrato, arrivando anche a definirsi realisticamente e in grandi dimensioni. Sembra di voltare pagina: non più la visione del paesaggio ma la materialità dell’architettura. Certo, la facciata è il campo di delimitazione, ma quell’occhio nero o di altri colori è un gorgo d’interiorità, che tuttavia non travalica e non permea tutto il supporto, contenuto com’è nel manufatto dell’uomo: e che manufatto! Anche qui l’uomo non è rappresentato ma lo si avverte come presupposto, anzi come genere di una civiltà permeata di un mondo di valori delineato con tocchi sereni. Da Santo Spirito ai muri a strisce il salto è evidente. La materialità dà una solidità immanente alle strisce sovrapposte, dato che ogni striscia costituisce un singolo rotolo di ricerca. Sono pezzi di muro o paesaggi materiali? Il percorso artistico si muove, o meglio si trasferisce, in qualcosa che è innato nell’uomo, il gusto del fare, del costruire… Abbandonato il prius del manufatto universalmente riconoscibile dell’artista (da cui era emerso l’occhio-gorgo), il costruito diviene anonimo, come fosse un semplice supporto solido su cui si spalmano porzioni di paesaggi interiori, articolati in rivoli parlanti. Venuto meno l’elemento immediato e pagano della ricerca primordiale, la ricerca si materializza in strisce di “lavoro”, ognuna delle quali sempre più approfondita e concentrata in sé. I colori sono più spessi e forti, meno distesi ed evanescenti, come se parlassero ad alta voce nella loro corposità. Da Poggio Capanne ad ora c’è un salto da oggetto evocativo a concretezza delle forme-episodi colte da uno sguardo ravvicinato. Tutti noi non siamo più solo spettatori. Infatti anche noi siamo chiamati a fare un analogo salto perché il contatto comunicativo con il quadro ci impone la ricerca di un significato individuale nel proprio percorso interiore. Marzo 2008 Mirta Bertoncini Adriano Gasparrini Lando Santoni ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
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